“Convenzione di Faro: la Rivoluzione nei Beni Culturali”, incontro dibattito in streaming

Il 27 ottobre 2005 nella città portoghese di Faro gli Stati membri del Consiglio d’Europa approvavano la “Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società”. Sottoscritta dall’Italia nel 2013, è stata ratificata al Senato il 10 ottobre 2019 (sostenuta anche dal Ministro dei Beni Culturali). Passata alla Camera dei Deputati è stata approvata dalle Commissioni competenti e in questi giorni è in corso la discussione in aula.

La c.d. Convenzione di Faro è un testo importante, a tratti rivoluzionario, che rinnova il concetto di patrimonio culturale e presenta notevoli caratteri di novità, a partire dalla sua stessa concezione, che nella legislazione italiana, erede delle norme definite nel corso del Novecento e in particolare nella Legge 1089 del 1939, è ancora oggi legata alla centralità delle “cose”.

La Convenzione introduce una visione estremamente più ampia dell’eredità culturale, inteso come: «un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi.» (Art. 2 lett. a), e soprattutto affida uno specifico ruolo e una grande responsabilità alle c.d. “comunità di patrimonio”, cioè a «un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici del patrimonio culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future» (Art. 2 lett. b).

Prospettive totalmente nuove si aprono per il singolo e per le comunità locali. Si sottolinea che «chiunque da solo o collettivamente ha diritto di contribuire all’arricchimento del patrimonio culturale» (Art. 4 lett. a).

Si ribadisce in più modi la necessità della partecipazione democratica dei cittadini «al processo di identificazione, studio, interpretazione, protezione, conservazione e presentazione del patrimonio culturale», (Art. 12 lett. a).

Viene quindi ribaltato il punto di vista tradizionale: dell’autorità: spostata dal vertice alla base; dell’oggetto: dall’eccezionale al tutto; dell’importanza: dal valore in sé al valore d’uso e, dunque, dei fini; della promozione: dalla museificazione alla valorizzazione diffusa.

La Convenzione segna, in tal modo, il passaggio dal “diritto del patrimonio culturale” (nel quale il nostro Paese ha una lunga e gloriosa tradizione) al “diritto al patrimonio culturale”.

L’accordo di Faro amplia il concetto dell’eredita culturale e impone che quest’ultima vada tutelata non solo per il valore intrinseco ma in quanto risorsa per la crescita culturale e socio-economica della comunità.

Una nozione molto ampia di patrimonio culturale sia sulla parte materiale che su quella immateriale; un’attenzione alla collettività che lo deve fruire, secondo l’idea di un diritto al patrimonio culturale; la visione di una partecipazione attiva della comunità nel prendersene cura come parte irrinunciabile della stessa identità.

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