È MORTO ALESSANDRO PLOTTI. RIDONÒ CREDIBILITÀ ALLA DIOCESI DI TRAPANI

Plotti-corpus-domini-2012-miniSi è spento questa mattina, a Roma, Alessandro Plotti, Amministratore Apostolico della chiesa di Trapani dal maggio 2012 al novembre 2013. A darne notizia è stato il vescovo Pietro Maria Fragnelli, che lo ha successo nella guida della nostra Diocesi. “La nostra Diocesi si raccoglie in preghiera per raccomandarlo all’amore misericordioso del Padre – si legge nella nota –. In questo momento ci illumina e conforta l’ esemplare testimonianza di paternità, di dialogo e di fede che Egli ci ha donato. La nostra comunità, nel voler esprimergli ancora una volta il suo grazie, lo ricorda sorridente, persona libera e sempre capace di orientare verso il bene ogni situazione personale e comunitaria. Il 24 ottobre, in occasione della festa della dedicazione della Cattedrale, pregheremo per lui”.
I funerali si terranno domani, alle ore 12, presso la  Chiesa Centrale della Facoltà di Medicina e chirurgia del Policlinico Gemelli (largo Francesco Vito 1, Roma) e saranno presieduti da monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Concelebrerà il vescovo di Trapani, il quale raggiungerà la Capitale insieme ad una delegazione della Diocesi.
Una figura chiave quella di Plotti, perché capace di ristabilire la credibilità che la curia trapanese aveva perso dopo lo scandalo che l’aveva investita; indiscusso autore di un sano processo di valorizzazione della realtà ecclesiastica trapanese.
Lo ricordiamo con un’intervista che ci concesse di pubblicare a conclusione del suo ministero episcopale.

Eccellenza, quali caratteristiche principali delineano meglio la sua diocesi?
“La Chiesa che è in Trapani è una chiesa viva in cui la partecipazione alla vita delle comunità è molto consistente e sentita da tutto il popolo. Fin dal mio arrivo in Diocesi, ormai più di un anno fa, ho avuto modo di conoscere una realtà impegnata su diversi fronti anche poco battuti altrove, con preti e laici capaci di grande passione per l’uomo e di coraggio apostolico. Ci sono molte energie in questa chiesa,  soprattutto tra i laici anche se non pienamente espresse; c’è una voglia  davvero forte e profonda di collaborare a costruire il Regno di Dio anche se non mancano le zone d’ombra. Spesso la vita di fede è ancora solo legata al culto o alle tradizioni e fa fatica a penetrare fino in fondo la realtà culturale e sociale. E poi c’è una certa cultura mafiosa che fa da filtro, che in qualche modo insidia la mentalità degli stessi cristiani che alle volte sembrano accomodarsi ad una concezione della vita secondo le modalità del privilegio, dell’ossequio al potere, del particolarismo, a volte perfino del sopruso, senza riuscire ad essere consapevoli fino in fondo e a testimoniare che questa cultura che si ammanta di mafiosità è profondamente  e assolutamente anticristiana”.

Quali sono i punti di forza su cui fare leva per la nuova evangelizzazione?
“C’è il rischio, qui come altrove, di accontentarci di una vita comoda, di rimetterci ad un annuncio tradizionale. È sicuramente più facile coltivare e gestire una fede che si nutre di devozioni piuttosto che impostare un serio percorso di iniziazione cristiana degli adulti in cui la comunità è capace davvero di generare e sostenere cristiani che siano fermento di comunione e segno di speranza in una società sempre più frammentata. Il rischio di separare la fede dalla vita, di promuovere forme di religiosità intimistica con cui ci si consola o in cui ci si rifugia col risultato di aggirare le domande profonde, è un rischio incombente anche oggi. La comunità invece è chiamata a testimoniare la fede capace di dare senso alla vita, a mostrare che Gesù risorto è davvero fonte di speranza. Da qui bisogna ricominciare per promuovere una fede veramente adulta e consapevole. L’Anno della Fede in fondo voleva richiamarci a questo”.

Cosa significa per lei essere pastore?
“In primis stare in mezzo alla gente: saper ascoltare senza pregiudizi, saper cogliere tutti quei semi di verità che emergono nella vita del mondo e saper far sintesi senza per questo voler ‘intruppare’ le persone in un appiattimento omologante che non valorizza le differenze. Poi il pastore è l’uomo della Parola, che annuncia la Parola, che sta a contatto con la Parola e annuncia la Parola filtrandola attraverso l’esperienza e la sofferenza. E infine il pastore è l’uomo che guida il gregge e assicura il suo popolo: il vescovo non è un capo che dà ordini o stabilisce preferenze ma è un costruttore della comunione. La comunione non è una forzatura, è un processo lungo ma di cui non possiamo fare a meno. Per questo la collegialità dei vescovi è importantissima perché da quella nasce la comunione nelle chiese locali. La vita cristiana è una vita comunitaria non dobbiamo dimenticarlo. Il vescovo aiuta la comunità a vivere la vera fraternità, a fare, in Cristo, un solo popolo senza mortificare le differenze e soprattutto senza avere paura della libertà. La libertà è un sacrario. Se non costruiamo la libertà dentro il cuore delle persone, non abbiamo più niente da dire”.

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